Come emerge da un’indagine condotta da Eye-Able, a un anno dall’entrata in vigore della Direttiva Europea sull’Accessibilità, il quadro è ancora quello di una transizione del tutto aperta. La consapevolezza cresce, le norme esistono e gli strumenti tecnologici sono disponibili, ma ciò che manca, nella stragrande maggiooranza dei casi, è il passaggio decisivo dall’intenzione all’applicazione concreta, se è vero che ben nove siti internet su dieci non raggiungono ancora un livello di accessibilità considerato adeguato
A poco più di un anno dall’entrata in vigore dell’European Accessibility Act, la Direttiva Europea che dal 28 giugno 2025 ha introdotto obblighi vincolanti in materia di accessibilità per prodotti e servizi digitali, il percorso verso un ecosistema online realmente inclusivo appare ancora incompleto. Se da un lato, infatti, cresce la sensibilità verso il tema dell’accessibilità digitale, dall’altro le barriere continuano a limitare l’accesso a informazioni e servizi per milioni di persone.
È quanto emerge da un’indagine realizzata da Eye-Able, scale-up europea specializzata in software e consulenza per l’accessibilità digitale, che ha analizzato oltre 10.000 siti web e raccolto le opinioni di utenti italiani per comprendere lo stato dell’arte del digitale inclusivo nel nostro Paese. Ebbene, solo una piccola parte delle piattaforme esaminate raggiunge livelli di accessibilità tali da garantire una fruizione realmente efficace da parte di tutti gli utenti. Secondo i dati raccolti, infatti, il 13% dei siti si colloca sotto la soglia del 50% di accessibilità, evidenziando criticità diffuse che compromettono significativamente l’esperienza di navigazione. La maggioranza, pari al 77%, rientra invece nella fascia intermedia compresa tra il 50% e l’80%, mentre soltanto il 10% supera l’80%, valore individuato da Eye-Able come soglia minima per garantire una reale usabilità.
Una situazione che suggerisce come molte organizzazioni abbiano avviato percorsi di miglioramento, senza però raggiungere risultati sufficienti a eliminare concretamente gli ostacoli.
«A prima vista – osserva Lorenzo Scumaci, amministratore delegato di Eye-Able Italia – la presenza di una larga maggioranza di siti nella fascia intermedia può sembrare un dato incoraggiante, ma dal punto di vista degli utenti, questo progresso non si traduce ancora in un beneficio concreto. Solo oltre l’80% di accessibilità, infatti, l’esperienza diventa realmente fluida e utilizzabile».
Il dato più significativo riguarda quindi proprio questo scarto tra intenzioni e risultati: nove siti su dieci non raggiungono ancora un livello di accessibilità considerato adeguato.
L’indagine evidenzia poi un fenomeno interessante: gli utenti sembrano avere una buona percezione del concetto di accessibilità digitale, ma conoscono poco le norme che la regolano. Il 70% degli intervistati dichiara infatti di avere sentito parlare di accessibilità digitale e la associa correttamente alla possibilità per tutte le persone, comprese quelle con disabilità, di utilizzare siti web e applicazioni senza ostacoli. Quando però si entra nel campo normativo, il quadro cambia radicalmente. Solo il 37% degli utenti, infatti, afferma di conoscere l’European Accessibility Act, mentre appena il 30% sa che in Italia esiste già dal 2004 una normativa specifica in materia, la cosiddetta “Legge Stanca” (Legge 4/04), che disciplina l’accessibilità dei servizi digitali della Pubblica Amministrazione.
Il risultato, quindi, è un evidente divario tra sensibilità culturale e conoscenza dei diritti. In altre parole, molti cittadini percepiscono l’importanza dell’accessibilità, ma pochi conoscono gli strumenti legislativi che dovrebbero garantirla.
Le difficoltà emergono soprattutto nell’esperienza concreta di utilizzo dei servizi online, se è vero che la metà degli intervistati dichiara di avere incontrato ostacoli durante la navigazione su siti web o piattaforme digitali. Tra i problemi più frequentemente segnalati figurano contenuti poco leggibili, contrasti cromatici insufficienti, caratteri troppo piccoli, strutture di navigazione poco intuitive e difficoltà nella compilazione di moduli digitali.
Si tratta di criticità che possono sembrare marginali per chi non sperimenta particolari limitazioni, ma che per molte persone rappresentano un ostacolo significativo all’accesso alle informazioni, ai servizi e alle opportunità offerte dal digitale.
Ancora più preoccupante è il giudizio espresso nei confronti della Pubblica Amministrazione. Il 59% degli intervistati ritiene infatti che siti web e applicazioni degli Enti Pubblici italiani non siano pienamente accessibili. Una percezione, questa, che assume particolare rilevanza, considerando che proprio i servizi pubblici dovrebbero rappresentare uno degli àmbiti in cui l’accessibilità è già un obbligo consolidato da anni.
L’indagine di Eye-Able fa emergere un ulteriore dato interessante, mostrando come il tema dell’accessibilità digitale non interessi esclusivamente le persone con disabilità. Più della metà del campione, infatti (il 52%), afferma di conoscere familiari, amici o colleghi che incontrano difficoltà nell’utilizzo degli strumenti digitali. Tra i soggetti maggiormente coinvolti figurano persone anziane, individui con disabilità permanenti o temporanee e utenti con limitate competenze digitali.
Il problema assume quindi una dimensione sociale ancora più ampia, che coinvolge il diritto di accesso ai servizi essenziali, alla comunicazione, all’informazione e alla partecipazione alla vita pubblica. Non sorprende, di conseguenza, che una quota significativa degli intervistati consideri aziende e pubbliche amministrazioni ancora in ritardo rispetto agli standard richiesti dalla normativa europea: oltre un quinto ritiene che le organizzazioni siano molto lontane dagli obiettivi fissati dalla Direttiva Europea sull’Accessibilità, mentre circa un terzo le giudica solo parzialmente conformi.
L’European Accessibility Act rappresenta certamente una delle più importanti innovazioni normative degli ultimi anni in materia di inclusione digitale. Per la prima volta, infatti, gli obblighi di accessibilità vengono estesi in maniera significativa anche al settore privato, coinvolgendo e-commerce, servizi bancari, trasporti e piattaforme digitali. L’obiettivo è segnatamente quello di superare una logica basata sugli interventi correttivi successivi alla progettazione, introducendo invece l’accessibilità come requisito strutturale fin dalle prime fasi di sviluppo. «Il punto – sottolinea ancora Scumaci – non è la conformità formale, ma l’effettiva usabilità. Le barriere continuano a incidere sull’esperienza degli utenti e sull’accesso ai servizi, mentre l’accessibilità, si dovrebbe sempre ricordare, non è soltanto un obbligo normativo, ma una leva di performance che permette di raggiungere più persone e migliorare la qualità complessiva dell’esperienza digitale».
A dodici mesi dall’entrata in vigore dell’European Accessibility Act, dunque, il quadro che emerge è quello di una transizione ancora aperta. La consapevolezza cresce, le norme esistono e gli strumenti tecnologici sono disponibili, ma ciò che manca, in molti casi, è il passaggio decisivo dall’intenzione all’applicazione concreta.
Ed è sempre più che opportuno ricordare che l’accessibilità digitale non riguarda soltanto la tecnologia, ma riguarda il diritto di ogni persona a partecipare pienamente alla vita sociale, economica e civile, senza che una barriera invisibile sullo schermo diventi un limite alla propria cittadinanza.
*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e una serie di riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.
Per ulteriori informazioni sull’indagine di cui si parla nel presente contributo: eyeableit@hotwirepr.com.
Fonte: Superando.it
Foto: Superando.it