Ricordo di Gino Paoli in una recente intervista del Corriere della Sera

Ricordo di Gino Paoli in una recente intervista del Corriere della Sera

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Intervista a Gino Paoli: “Sono arrivato a 90 anni in perfetta forma con lo stile di vita più malsano possibile: per decenni ho fumato due pacchetti di sigarette e bevuto una bottiglia di whisky al giorno. L’ho detto a un convegno di gerontologi, ho ricevuto 10 minuti di applausi

Ripubblichiamo l’intervista di Aldo Cazzullo a Gino Paoli, pubblicata il 28 luglio 2025, una delle più apprezzate dalle nostre lettrici e dai nostri lettori nel 2025.

Gino Paoli va per i novantuno. Sua suocera Leda, che ha due anni più di lui ed è di Modena, ha preparato le tagliatelle. A tavola ci sono la moglie, Paola, e la figlia che Gino ha avuto da Stefania Sandrelli, Amanda. Padre e figlia hanno gli stessi occhi. “Tutte le volte che andavo da Maurizio Costanzo racconta lei —, scoppiava a ridere. Poi diceva: “Non ti offendere Amanda, ma quando ti guardo mi sembra di vedere Gino Paoli con la parrucca”». «Costanzo era un uomo intelligentissimoricorda lui —. Dopo lo scandalo della P2, era finito in una piccola radio romana. Mi invitò. Andai, perché è nel momento della disgrazia che si rivelano gli amici. Non l’ha mai dimenticato. Da allora Maurizio per me c’è sempre stato». Il discorso cade sui grandi attori che Paoli ha conosciuto: Ugo Tognazzi, Walter Chiari, Dario Fo. Tutti accomunati dal fatto di essere andati a Salò. Perché? «Perché erano idealisti. Il fascismo è stato anche un ideale. Come lo è stato l’anarchia. Non possiamo accanirci contro vent’anni di storia italiana; perché Mussolini è nella storia italiana. Il Duce era capace, furbo: sapeva che gli italiani amavano identificarsi con gli eroi. Tutti eroi; o tutti cantautore italiano.

Gino Paoli, lei è un capostipite. Il primo cantautore italiano.

«No. Il primo è stato Domenico ModugnoVecchio frac ha aperto la strada a un certo tipo di canzone. Prima c’erano i papaveri e le papere. Lui dimostrò che la canzone poteva raccontare una storia».

Lei viene dagli chansonniers francesi?
«Io vengo dal jazz. Mio padre Aldo era un melomane, aveva anche una bella voce da tenore. Il sabato improvvisava spettacoli con le vicine del terzo piano, due sorelle, una che cantava da soprano, l’altra che sedeva al pianoforte».

E sua madre?
«Si chiamava Rina e suonava il violino, ma aveva imparato il piano da adulta, per non sentirsi esclusa. Mamma era un po’ austriaca. Nonno Cristian era triestino, e gli italiani non gli piacevano».

Dove si erano conosciuti i suoi genitori?
«Al circolo ufficiali di Monfalcone. Papà comandava i sommergibili, e poi le navi. Quando vide Pippo, il ricognitore inglese, fotografare il porto di Taranto, spostò la Littorio nel mare interno, e la salvò dal terribile bombardamento del novembre 1940. Era convinto che una parte della Marina, compreso qualche ammiraglio, fosse in collegamento con gli inglesi. Alla fine della guerra, una parte della famiglia di mia madre finì nelle foibe».

Lei però è un uomo di sinistra.
«Consapevole delle pagine nere della Resistenza. Quando i partigiani aprirono le carceri, uscirono anche i criminali. Ci furono vendette private e delitti. A Genova, la mia maestra fu additata come collaborazionista: le raparono i capelli, la portarono in giro con il cappio al collo, poi le spararono in testa e la gettarono nel laghetto di Villa Doria».

La famiglia di suo padre era toscana.
«Nonno Gino lavorava alla Magona di Piombino. Sessant’anni di altoforno. Era originario di Campiglia Marittima, dove i bambini scendevano in miniera a cavare il ferro. Vede questo tavolo? Avrebbe potuto spezzarlo con le mani. Erano talmente indurite che ogni tanto si divertiva con me: “Gino, pungimi la mano con un ago!”. Niente, l’ago non lo scalfiva. Il nonno era socialista. Qualche fascista voleva randellarlo, ma i camerati lo dissuasero: “Vuoi andare contro il Paoli? Tu sei matto!”. E pure gli americani...».

Cosa accadde tra nonno Gino e gli americani?
«Mia nonna Uliva era sul terrazzo al sole con sua sorella, zia Prampolinal’avevano chiamata così, come il deputato socialista —, a fare i loro lavoretti. Si avvicinano tre soldati americani e dicono: “We want that!”, vogliamo quella roba lì, indicando alle loro spalle. Nonno Gino arrivò con l’ascia. Quelli, spaventatissimi, chiarirono che non volevano fare del male a nessuno: avevano visto i peperoncini appesi a essiccare, e avrebbero gradito qualcosa per insaporire il rancio. Avevano di tutto, ma solo in scatola».

Gli americani portarono il jazz.
«Poi cominciai ad ascoltare i francesi: Brel, Brassens. A differenza che in Italia, in Francia la canzone è l’espressione musicale per eccellenza, da Villon agli chansonniers, dai trovatori alle canzoni di protesta contro la guerra d’Algeria: come Les déserteurs di Marcel Mouloudji, che il generale De Gaulle avrebbe volentieri fatto impiccare».

La sua prima canzone di successo è del 1959: La gatta. È esistita davvero?
«Certo. Si chiamava Ciacola. Era furbissima. Siccome si sporgeva dalla finestra vicino al mare, una volta cadde di sotto, e si ferì a una zampa. Guarì subito, ma quando combinava i suoi disastri e mi accadeva di rimproverarla, Ciacola faceva gli occhioni e sollevava la zampa a mezz’aria, come se fosse ancora ferita.».

E lei divenne un cantautore.
«A dire il vero facevo il pittore. I quadri che vede alle pareti sono quasi tutti miei. Per campare ho fatto un po’ ogni mestiere: facchino, scaricatore, grafico. Nel luglio 1960 ero con i ragazzi dalle magliette a strisce».

La rivolta di Genova contro il congresso del Msi, gli scontri tra i camalli e la Celere, la caduta del governo Tambroni.
«La città insorse quando si seppe che stava tornando Basile, l’uomo di Salò che aveva preparato le liste dei deportati in Germania. Sul giornale uscì una foto in cui avevo sotto il braccio la testa di un poliziotto. Dovetti fuggire per evitare l’ira di mio padre».

Il 1960 è l’anno del Cielo in una stanza. Una canzone che ha 65 anni e pare scritta ieri. Davvero era la stanza di un bordello?
«. Ebbi un amoretto con una puttana…».

Guardi che la criticheranno.
«Se voleva intervistare un artista politicamente corretto, doveva andare da qualcun altro».

Racconti.
«Insomma, mi ero innamorato. Capita».

Come si chiamava?
«Non lo so. Non me lo ricordo. Ricordo che era molto carina. Mi piaceva proprio tanto, e io piacevo a lei. Andai in quella stanza due, tre, quattro volte. Fino a quando non finii i soldi. Dovevo inventarmi qualcosa per rivederla».

Cosa?
«Rubai i libri a mio padre. Una vecchia enciclopedia, che rivendetti. Per fortuna non se ne accorse. Con il ricavato ripresi a frequentare la mia amata. Fino all’esaurimento delle possibilità. Così le dissi: questa è l’ultima volta che ci vediamo».

E lei?
«Mi rispose: “Ma no! Vieni lo stesso!”. Così andavo a prenderla al mattino, quando non lavorava. E giravamo come due fidanzati. Alla fine arrivò il momento della decisione».

Quale decisione?
«Lei doveva lasciare Genova. Le puttane non erano fisse in un posto; dopo un mese, a volte solo quindici giorni, partivano. Era una rotazione continua: bolognesi, napoletane, siciliane, baresi… Lei mi chiese di seguirla: “Vieni via con me”. Io ci pensai seriamente. Ebbi grossi dubbi. Poi prevalse il senso del dovere: “Mi dispiace tantissimo, ma debbo dirti di no”. Non l’ho mai rivista».

Quindi quella prostituta non ha mai saputo di aver ispirato Il cielo in una stanza?
«Non l’ha mai saputo».

Gli «alberi infiniti» sono un’eco di Leopardi?
«Chi? No, per me il poeta più importante è Caproni».

La stanza era davvero viola?
«. Nei bordelli di lusso le pareti e i soffitti erano coperti di specchi. In quelli più popolari erano dipinti di viola o altri colori impossibili».

Ma nel 1960 i bordelli erano già chiusi.
«Avevamo iniziato a frequentarli giovanissimi, falsificando la data di nascita. Spesso si marinava la scuola e si andava al casino, di solito al Castagna, a chiacchierare con le puttane per la disperazione delle madamequasi tutte venete, non si è mai capito perché —, che ci cacciavano. Così noi, per rabbonirle, andavamo a comprare un cabaret di paste, e tornavamo».

Poi venne la legge Merlin.
«E noi affezionati facemmo la Via Crucis nei bordelli di Genova. Li girammo tutti e ventitré, offrendo fiori e champagne. Loro ci regalarono le insegne con la lista e il costo delle prestazioni».

Non crede sia stato giusto restituire dignità alle prostitute?
«Ma quale dignità. Le si è sbattute per strada, in condizioni sanitarie molto peggiori, e per avere sicurezza si sono dovute affidare agli sfruttatori».

Il momento in cui suona l’armonica è quello culminante dell’amore, vero?
«Certo. È l’orgasmo».

Quali strumenti suonava lei all’epoca?
«Chitarra e pianoforte. In realtà, non sapevo suonare né la chitarra, né il pianoforte (interviene Amanda Sandrelli: “Papà cosa dici, il pianoforte lo suoni benissimo!”. “Forse sì, ma ho imparato dopo”)».

Perché cita l’armonica allora?
«Quello è un ricordo del matrimonio di mio nonno, che si sposò in chiesa, lui socialista, soltanto a settant’anni. Nonna Uliva era diventata cieca per le complicazioni di un parto, ma aveva gli occhi sulla punta delle dita. Lavorò il nonno ai fianchi per tutta la vita, e finalmente ottenne di essere portata all’altare. E quel giorno in chiesa suonai la marcia nuziale per i nonni con l’armonica».

Il cielo in una stanza fu un successo immediato, immagino.
«Macché. La canzone fu rifiutata da tutti. L’avevo affidata a Giulio Rapetti, il figlio del capo delle Edizioni Ricordi».

Mogol.
«Lui. Gli devo moltissimo. Girò tutti gli studi dei discografici. Non la volle nessuno. In effetti era una canzone strana, innovativa. Niente strofe rimate, bridge, ritornello. Ma io non scrivevo seguendo le regole; scrivevo come piaceva a me. La svolta arrivò quando la incise Mina».

Lei, Paoli, c’era?
«No. Me lo raccontò Tony De Vita, l’arrangiatore: “Gino, è successa una cosa pazzesca. Mina ha cantato la tua canzone, accompagnata dai violinisti della Scala, e quando ha finito è scoppiata in un pianto dirotto, con i musicisti che la acclamavano levando l’archetto”. Non si era mai vista una cosa del genere in sala di registrazione».

Era nata la canzone d’autore italiana.
«Poi Mina partì per una tournée in Giappone. Quando tornò, Il cielo in una stanza cantato da lei aveva già venduto due milioni di copie. Nel frattempo era nata mia figlia Amanda».

Fonte: Corriere.it

Foto by Cooperativa Sociale Integrata Matrioska (www.coop-matrioska.it)

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