Le persone con disabilità possono anche essere antipatiche: la vera inclusione non è finzione da mettere in vetrina

Le persone con disabilità possono anche essere antipatiche: la vera inclusione non è finzione da mettere in vetrina

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Preparando la lista degli invitati per una festa di compleanno, il figlio dice: “Lei no, non la voglio invitare. Mi sta antipatica“. È una compagna con disabilità. Matteo, il padre, si arrabbia. Per lui quell’esclusione è una sconfitta. Ma si accorge anche di qualcosa di più profondo: imporre quell’invito significa insegnare che una persona con disabilità non può mai essere antipatica. Che va accettata per dovere, non per relazione.

Matteo è uno studente come tanti. Frequenta la seconda superiore in una città né abbastanza grande da perdersi nell’anonimato, né così piccola da conoscere tutti. Una città che ama definirsi inclusiva, dove parole come diritti, uguaglianza, opportunità circolano con naturalezza. Matteo le ascolta a scuola, le sente ripetere dagli insegnanti. E le respira anche a casa.

Il padre lavora in un’azienda che produce beni per la casa. Una sera, a cena, racconta con orgoglio di essere stato invitato a ritirare un premio: la sua azienda è stata riconosciuta come una delle più virtuose per le politiche di inclusione. Parla del gruppo diversity, dei percorsi formativi, delle iniziative messe in campo. Ci tiene a raccontarlo a Matteo: sta crescendo, studia scienze umane, è importante che questi temi facciano parte del suo bagaglio.

La madre annuisce. Racconta di aver incrociato, quella stessa mattina, sul bus, un ragazzo in carrozzina. Era solo, chiacchierava, rideva. Si è stupita, si è detta ammirata. Poi, spinta dalla curiosità, ha iniziato a fare domande. Troppe. Fino a chiedere cosa gli fosse successo. La risposta è arrivata secca: “Se vuole sapere qualcosa, chieda a lui. È in carrozzina, non incapace di rispondere“. A tavola la madre minimizza. Forse era una giornata storta. Il padre conclude che “non deve essere facile per loro“. Matteo ascolta. E collega tutto a ciò che vive ogni giorno a scuola.

Nella sua classe c’è un compagno con disabilità. Uno ragazzo in carrozzina, con una grave difficoltà motoria e un lieve ritardo cognitivo. Arriva accompagnato da un assistente, è seguito da un insegnante di sostegno. Dopo l’appello, spesso viene portato in un’altra aula. Negli intervalli, però, Matteo e gli altri cercano di coinvolgerlo: una partita, una battuta, una foto insieme. A volte è spontaneità, altre volte è senso del dovere. In fondo, pensano, questa è l’inclusione.

Fonte: Vita.it

Foto by Cooperativa Sociale Integrata Matrioska (www.coop-matrioska.it)

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