Monte Bianco, dove l’accessibilità cambia lo sguardo

Monte Bianco, dove l’accessibilità cambia lo sguardo

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Da un servizio televisivo sul Monte Bianco nasce il racconto di un’esperienza che parla di inclusione, condivisione e della possibilità di tornare a credere che alcuni sogni siano ancora possibili. Un articolo di  Enrica Marcenaro

 Quando la cabina della Skyway lascia la stazione di Courmayeur e comincia a salire verso Punta Helbronner, il panorama cambia metro dopo metro. Cambia la luce, cambia il respiro, cambia il silenzio. Ma quel giorno, a cambiare davvero, non è stato il paesaggio.

Per una trentina di persone di Aism Valle d’Aosta, raggiungere i 3.466 metri di Punta Helbronner non ha significato semplicemente arrivare in quota. Ha significato tornare in un luogo che molti avevano smesso di considerare possibile.

Una malattia come la sclerosi multipla ha questa capacità: non si limita a modificare il corpo. Ridisegna le mappe della vita. E le riduce in spazi sempre più stretti. Senza che quasi ce ne si accorga, ci sono luoghi che escono dai programmi; le esperienze del passato vengono archiviate e i desideri si smette perfino di nominarli. Non perché non esistano più, ma perché sembrano troppo lontani per essere ancora pensati.

Per questo la giornata organizzata dalla sezione valdostana di Aism racconta molto più di un’escursione in montagna. Racconta ciò che accade quando un territorio sceglie di investire nell’accessibilità fin dall’inizio. La Skyway Monte Bianco, resa possibile anche grazie a una visione della Regione autonoma Valle d’Aosta che ha fatto dell’accessibilità un elemento strutturale e non un’aggiunta successiva, dimostra che la progettazione può restituire alle persone luoghi, esperienze e libertà che sembravano perduti.

C’è chi il Monte Bianco lo ha sempre avuto davanti agli occhi. Chi ne conosceva boschi e sentieri per averli percorsi durante una vita di lavoro, facendo la guardia forestale, misurando alberi e vivendo quella montagna ogni giorno. C’è chi lì ha sciato, chi ha scalato la roccia con la passione di chi considera la montagna una parte di sé. Poi, all’improvviso, arriva la malattia. Il corpo cambia. Quei boschi restano lì, ma sembrano appartenere a qualcun altro. Li osservi da lontano e finisci per convincerti che non li raggiungerai più. Che non sono più tuoi.

Quel giorno, invece, quella distanza si è accorciata. “Non pensavo che sarebbe stato ancora possibile”, racconta Vittoria. Nelle sue parole c’è lo stupore di chi aveva smesso di immaginare un’esperienza come questa.

Anche Renato Ramolivaz, presidente di Aism Valle d’Aosta, non nasconde l’emozione: “Raggiungere Punta Helbronner in carrozzina, senza aver bisogno di nessuno, ha un significato profondo. È un sogno che si avvera”.

E Vera trova forse l’immagine più efficace di tutte: “Per me è stato un salto nel vuoto.”

Quel vuoto, però, non è paura. È quello che si apre davanti agli occhi quando la Skyway arriva in quota. È il bianco del ghiacciaio, il silenzio dell’alta montagna, un paesaggio così immenso da togliere quasi le parole. Ci si guarda intorno, si osservano le cime e, quasi senza accorgersene, si rimane in silenzio. Alcune emozioni non chiedono di essere spiegate. Chiedono soltanto di essere vissute.

Con Max, che mi accompagnava con la telecamera, eravamo lì per raccontare questa esperienza. All’inizio ho cercato di fare quello che faccio sempre: osservare, prendere appunti, restare un passo indietro. Ma ci sono storie che non ti permettono di rimanere spettatore. Ti accorgi che non stai raccontando una giornata in montagna, ma il momento in cui una persona capisce che riprendersi ciò che pensava di aver perduto, è possibile.

È questo il privilegio del giornalismo quando incontra le persone prima delle notizie. Entrare con discrezione nelle emozioni degli altri, sapendo che non ti appartengono e che vanno raccontate senza piegarle al pietismo o all’eroismo. Se ci riesci, quelle storie non restano soltanto di chi le ha vissute: diventano patrimonio condiviso. Raccontare esperienze come questa significa permettere ad altri di immaginarsi lassù. Di pensare che, forse, quel desiderio messo da parte troppo in fretta non fosse davvero perduto. Che ci sia ancora spazio per riprenderlo in mano.

E poi, come succede spesso, la vita ti sposta.

Io ero lì per osservare. Per raccontare quello che stava succedendo agli altri. Poi, durante la salita, è successo qualcosa che non avevo previsto. La Skyway ruota lentamente su sé stessa e, mentre cercavo di spostarmi per guardare il panorama, ho perso l’equilibrio. È stato Luca, uno dei ragazzi del gruppo di Aism, ad accorgersene subito. Mi ha preso la mano e mi ha detto: “Attaccati a me.”

È durato un attimo. Poi abbiamo continuato a guardare fuori, a commentare il ghiacciaio, a vivere quella giornata.

Solo dopo ho ripensato a quel gesto. Non perché fosse straordinario, ma perché era stato la cosa più naturale del mondo. In quel momento c’era soltanto un gruppo di persone che stava vivendo la stessa esperienza. E, semplicemente, una persona che aveva dato la mano a un’altra.

Forse è questa la normalità che dovremmo imparare a progettare.

Lo ha ricordato anche Cecilia Lazzarotto, della Consulta regionale delle disabilità, diversità e fragilità. L’accessibilità non è qualcosa da aggiungere alla fine di un progetto. Deve esserne parte fin dall’inizio. Solo così smette di essere un adattamento e diventa un diritto.

Lo ha detto con una frase che ha fatto sorridere tutti: “Persone come me”, riferendosi alle proprie vertigini. Per ricordare che progettare pensando all’accessibilità significa progettare pensando a tutti: alle persone con disabilità, certo, ma anche a chi è anziano, a chi attraversa una difficoltà temporanea, a chi, per le ragioni più diverse, può avere bisogno di un ambiente capace di accogliere.

Lo stesso principio lo richiama la guida Felicity Roullet: pensare la montagna perché possa essere vissuta anche da persone con esigenze differenti non significa impoverirla. Significa darle ancora più valore, perché la bellezza acquista senso quando può essere condivisa.

È questa, forse, l’immagine che resta al termine della giornata. Come la bellezza della montagna, che non appartiene a chi riesce a conquistarla, ma a chiunque abbia il diritto di viverla.

Enrica Marcenaro

Fonte: Superabile.it

Foto: Superabile.it

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