Basso distorto, sax, batteria. ‘Ferrum Sidereum’ degli Zu è monumentale e implacabile, 80 minuti di musica strumentale che “parte dal centro della Terra e guarda in direzione del cielo“. Viva le anomalie del sistema.
È potente, monumentale, implacabile. Per realizzarlo gli Zu hanno registrato jam session che duravano anche un’ora ciascuna. È come se le avessero poi pressate fino a ottenere masse strumentali di sette, otto, nove minuti di durata. Ferrum Sidereum è il primo grande disco italiano del 2026, 80 minuti di musica carica, viscerale, violenta che “parte dal centro della Terra e guarda in direzione del cielo“, per dirla col batterista Paolo Mongardi. Perché è sì musica che ti può sopraffare, ma non è mai disperata, né scomposta. È furore zen che ti travolge e per qualche strano motivo ti fa sentire meglio. È anche a suo modo un disco politico, senza che vi sia una sola parola cantata.
Quando gli Zu lo hanno presentato a Bologna la scorsa settimana l’hanno fatto precedere dalla rappresentazione del Terzo Reich di Romeo Castellucci, regista teatrale e scenografo tra i fondatori della Socìetas Raffaello Sanzio, Leone d’oro alla carriera. È un’installazione in cui la proiezione in veloce sequenza di tutti i sostantivi italiani riduce il nostro vocabolario a un caos meccanico esposto alla velocità parossistica e insopportabile che scandisce la comunicazione oggi. Anche Ferrum Sidereum offre un sovraccarico di stimoli, si pone al di fuori di ogni regola e rito musicale italiano, è una anomalia in un sistema asservito a marketing e algoritmi, ma in fin dei conti non ti fa sentire spaesato, ma un po’ più vivo.
Gli Zu conoscono da tempo Castellucci, la collaborazione per il suo Inferno ha dato origine ad alcuni pezzi di uno dei loro dischi più noti, Carboniferous. «Una volta» ricorda il bassista Massimo Pupillo «ci ha detto che quando deve immaginare gli spettacoli ascolta la nostra musica per la sua drammaturgia. Io lì per lì ho annuito facendo finta di essere più intelligente di quel che sono». La frase gli è rimasta impressa: quale drammaturgia ci può essere nella musica strumentale? «Quella frase mi ha fatto capire col tempo che effettivamente nella nostra musica c’erano già inconsciamente delle trame che poi abbiamo iniziato a tirare fuori. Lavorando, parlando e confrontandoci con Romeo, abbiamo imparato a far sorgere immagini musicali».
Questo teatro elettrico evoca nei titoli la Bibbia, la mitologia, l’albero della vita e sciami meteorici, in una specie di cosmogonia abbozzata, è spirito e materia, è mistica elettrica, con l’immagine centrale del ferro meteorico che cade dal cielo e che viene usato forgiare cose (e medicinali). «Le immagini sorgono dal materiale stesso, cioè la musica arriva e insieme ad essa arrivano delle visioni», spiega Pupillo. «Prendi per esempio A.I. Hive Mind. La suoniamo in sala, ci fermiamo e ci confrontiamo: “Io ci ho visto dei tunnel metallici, fibre, torce nel buio”. Ogni brano evocava un immaginario. Facendo musica strumentale siamo nell’incomunicabile, sì, ma alla fine i titoli che diamo ai pezzi indicano un orizzonte condiviso, non sono citazioni di belle parole o di frasi trovate in un libro. Vengono da qualcosa che vedi realmente e che dà una drammaturgia al brani».
Fonte: Rollingstone.it/
Photo: Subsoundrecords.bandcamp.com