Progetto di vita, Falabella (Fish): “Servono 1,5 miliardi. Una cifra non impossibile” e aggiunge: “Senza fondi rischia di essere una promessa tradita”
La Federazione italiana per i diritti delle persone con disabilità e famiglie- Fish chiede l’istituzione di un Fondo unico da 1,5 miliardi per il Progetto di Vita: una cifra che non è impossibile – il governo ha appena trovato 2,3 miliardi per l’eliminazione del bollo auto – ma che ha bisogno di avere il sostegno bipartisan del Parlamento, maggioranza e opposizione insieme. A spiegarlo è Vita in un articolo che riporta una lunga intervista a Vincenzo Falabella, presidente di Fish.
Ma come si è arrivati a questa stima? “Siamo partiti da una domanda molto concreta- ha spiegato Falabella- quanto costa trasformare un diritto scritto in un diritto realmente esigibile? La richiesta di 1,5 miliardi di euro non è una cifra simbolica e non nasce da una contrapposizione politica. È una prima valutazione del fabbisogno necessario per garantire l’effettiva attuazione del Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato previsto dal decreto legislativo 62 del 2024. Abbiamo ipotizzato l’attivazione, nella prima fase, di almeno 60mila Progetti di Vita, con un valore medio di 18mila euro per ciascun progetto: si tratta naturalmente di una media e non di una quota uguale per tutti. Alcuni progetti richiederanno risorse maggiori, soprattutto in presenza di bisogni di sostegno intensivo; altri potranno avere un costo inferiore. La personalizzazione significa esattamente questo: riconoscere che le persone hanno condizioni, aspettative e necessità differenti”.
“Su questa base- continua Falabella- il fabbisogno per i budget individuali ammonta a circa 1 miliardo e 80 milioni di euro. La parte restante del Fondo dovrà sostenere le Unità di Valutazione Multidimensionale, l’assunzione e la formazione degli operatori, le prestazioni atipiche, l’assistenza personale e l’infrastruttura organizzativa necessaria per integrare Comuni, aziende sanitarie e servizi territoriali. Un Progetto di Vita, infatti, non si realizza con un modulo amministrativo: servono persone competenti, servizi accessibili, risposte flessibili e risorse certe”.
“Il miliardo e mezzo rappresenta quindi una dotazione iniziale, strutturale e pluriennale, da incrementare progressivamente sulla base dei progetti attivati e dei bisogni effettivamente rilevati. È una cifra importante, ma sostenibile per un Paese che considera la piena cittadinanza delle persone con disabilità una priorità politica e istituzionale”.
Questo Fondo, ha spiegato ancora Falabella “deve finanziare l’intero sistema. Limitare il Fondo alle sole prestazioni atipiche significherebbe ridurre la portata della riforma e non comprenderne fino in fondo il cambiamento. Il Progetto di Vita richiede un budget individuale, Unità di Valutazione Multidimensionale adeguatamente organizzate, personale formato, assistenza personale, sostegni domiciliari, educativi, abitativi, lavorativi e sociosanitari. Richiede inoltre interventi innovativi che oggi non trovano spazio nei cataloghi ordinari dei servizi”.
“I 30 milioni già previsti per le prestazioni atipiche devono essere salvaguardati, ma sono evidentemente insufficienti rispetto alla dimensione nazionale della riforma. Il Fondo unico deve essere aggiuntivo, vincolato, strutturale e pluriennale. Su questo punto dobbiamo essere molto chiari: non chiediamo di riunire sotto una nuova denominazione risorse che già esistono.
Quello non sarebbe un nuovo finanziamento, ma un’operazione contabile. Chiediamo invece risorse aggiuntive perché la riforma deve produrre nuovi sostegni e nuove opportunità. Se il Fondo si limitasse a sommare ciò che Comuni, Regioni e aziende sanitarie già spendono, il Progetto di Vita non aggiungerebbe nulla alla condizione attuale delle persone. Cambierebbe il nome del procedimento, ma non cambierebbe la loro vita”.
“In assenza di risorse- dice ancora Falabella- il Progetto di Vita rischierebbe di limitarsi a descrivere ciò che la persona già riceve. Peggio ancora, potrebbe registrare bisogni e aspirazioni che le istituzioni riconoscono formalmente, dichiarando però di non poter finanziare i sostegni necessari. Sarebbe una promessa tradita. Non si può chiedere a una persona di raccontare i propri desideri, le proprie preferenze e il futuro che intende costruire, per poi comunicarle che non ci sono le risorse per realizzarlo. Continuerebbero inoltre le diseguaglianze territoriali: il diritto dipenderebbe dalla Regione o dal Comune di residenza, dalla disponibilità dei servizi locali e dalla capacità economica della famiglia.
Sarebbero ancora una volta i caregiver a dover colmare i vuoti del sistema. Il Progetto di Vita deve rappresentare un’assunzione di responsabilità delle istituzioni. Senza un finanziamento adeguato rischia, invece, di diventare un’assunzione di aspettative alla quale non segue alcuna risposta concreta”.
Fonte: Superabile.it