Otto marzo, parità incompleta: la mimosa non basta. Un articolo di Enrica Marcenaro.
L’8 marzo non è una mimosa. È un termometro.
Misura quanto siamo lontani dall’equilibrio che raccontiamo. Misura il divario tra le parole – empowerment, parità, leadership – e la realtà (dei numeri).
In Italia le donne lavorano meno degli uomini. Guadagnano meno. Accedono meno ai ruoli decisionali. E quando diventano madri, il divario si allarga. I dati Istat parlano chiaro: la retribuzione oraria media femminile è inferiore a quella maschile, con differenze che crescono tra i laureati e nelle posizioni apicali. Le donne sono più spesso impiegate in contratti part-time, di conciliazione. Hanno carriere più discontinue. Versano meno contributi. Riceveranno pensioni più basse.
La maternità resta uno spartiacque: la nascita di un figlio coincide con un rallentamento professionale, una riduzione dell’orario, a volte con l’uscita dal mercato del lavoro. Non è un caso se anche Sergio Mattarella abbia definito inaccettabile che una donna sia costretta a scegliere tra maternità e lavoro. Quando la maternità comporta automaticamente un arretramento professionale, non siamo davanti a una libera scelta. Siamo davanti a un sistema che non ha ancora rimosso gli ostacoli all’uguaglianza sostanziale.
Poi c’è la disabilità. E anche qui i numeri parlano. La discriminazione legata alla disabilità riguarda il 54% delle donne (50% degli uomini). Quella legata al genere riguarda il 29,3% delle donne, contro il 18,3% degli uomini. Nel contesto lavorativo il 17,6% delle donne segnala episodi di discriminazione di genere.
E se parliamo di sclerosi multipla – malattia che colpisce prevalentemente le donne, circa due persone su tre – il quadro si fa ancora più chiaro. Questa patologia cronica, progressiva, spesso invalidante, ha un volto largamente femminile. Ma dal Barometro della Sclerosi Multipla e patologie correlate 2025, realizzato dall’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, emerge un punto decisivo: l’elemento che pesa di più sulla vita delle donne con SM non è solo la malattia. È la discriminazione.
Il 61,1% delle persone con SM dichiara di aver sperimentato almeno una forma di discriminazione nella vita quotidiana. Tra le donne la percentuale sale al 63,3%, contro il 54,1% degli uomini.
Il dato più eloquente è questo: il 35,7% delle donne con SM sperimenta discriminazione multipla – disabilità, genere, talvolta età insieme – contro il 25,9% degli uomini.
Non è una somma. È un moltiplicatore.
Essere donna e avere una disabilità significa trovarsi all’incrocio di più vulnerabilità sociali: meno opportunità lavorative, maggiore rischio di interruzione della carriera, maggiore esposizione a trattamenti discriminatori, maggiore precarietà economica.
E dentro questo scenario si inserisce anche il tema della cura. In Italia tra i 7 e gli 8,5 milioni di caregiver familiari, l’80% è donna. Quando la disabilità entra in una famiglia, molto spesso è una donna a farsi carico dell’assistenza. Quando la disabilità riguarda la donna stessa, il sistema continua a presupporre che possa comunque reggere, conciliare, adattarsi.
La Organizzazione delle Nazioni Unite, con la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, afferma che la disabilità è il risultato dell’interazione con barriere ambientali e culturali. Non è la persona a essere inadeguata: è il contesto che non include. Ma quando alla barriera della disabilità si somma quella del genere, l’esclusione diventa più profonda.
Le parole contano. Il linguaggio può essere un ponte oppure un muro. E attorno alle donne con disabilità costruiamo troppo spesso una doppia invisibilità: invisibili come lavoratrici, invisibili come soggetti di diritto, visibili solo quando diventano simboli. Il punto è politico.
L’8 marzo dovrebbe servire a questo: a guardare la trama completa. Il salario più basso. La maternità penalizzata. Il part-time non scelto. La carriera interrotta. La disabilità che esclude. La discriminazione multipla che colpisce più duramente le donne. La cura data per scontata.
Finché queste linee continueranno a sovrapporsi nello stesso modo, la parità resterà una parola elegante ma incompleta.
E non è una questione privata. È una questione di democrazia. Riguarda tutti.
Fonte: Superabile.it
Foto: Superabile.it